Microaggressioni, salute mentale e ruolo degli allenatori: Un invito all'azione

Microaggressioni, salute mentale e ruolo degli allenatori Un appello all'azione

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Siamo un mondo sempre più interconnesso e pieno di divisioni e le conversazioni su diversità, equità e inclusione non sono più facoltative, ma essenziali. In qualità di coach impegnata a dare potere alle persone, in particolare alle donne dirigenti, per raggiungere il loro massimo potenziale, ho scoperto che affrontare il problema sottile e pervasivo delle microaggressioni non è solo importante, ma imperativo.

Le microaggressioni, ovvero quelle piccole ma frequenti azioni o osservazioni che sottilmente sminuiscono o discriminano, hanno un impatto di vasta portata sulla salute mentale. Come il Dr. ha condiviso in modo eloquente in una recente conferenza della serie "Coaching e trauma: Concetti, confini e pratiche efficaci".Non si tratta di episodi isolati, ma di eventi quotidiani che intaccano il benessere e la fiducia degli individui, in particolare delle persone di colore.

Il Intento vs. impatto Spesso la dinamica di microaggressione entra in gioco in questo caso. Sebbene l'intento dietro le microaggressioni non sia sempre maligno, il loro impatto può essere profondamente dannoso. È un monito per tutti noi, soprattutto per i coach, a non ignorare le esperienze vissute dai nostri clienti solo perché "non c'era una cattiva intenzione".

Perché è importante nel coaching

Come coach, il nostro ruolo non è quello di rimanere "ciechi" di fronte a queste dinamiche, ma di impegnarci attivamente con esse. Ignorare i contesti culturali e sociali in cui i nostri clienti navigano ogni giorno è un disservizio per la loro crescita e il loro potenziale. La fiducia, pietra angolare di qualsiasi relazione di coaching, può fiorire solo quando i clienti si sentono visti, ascoltati e convalidati. L'evitamento, come sottolinea il dottor Williams, è una delle maggiori insidie della nostra professione.

Per esempio, consideriamo la domanda sottile ma eloquente che spesso viene posta alle persone di colore: "Da dove vieni veramente?". Può sembrare innocua, ma spesso ha il peso della categorizzazione, dello stereotipo e dell'esclusione. Affrontare queste microaggressioni richiede che noi, come allenatori, ci mettiamo a disagio e sfidiamo questo linguaggio codificato e i pregiudizi.

Ecco altri esempi:

  • "Sei così articolato per essere uno come te". Un complimento a rovescio che presuppone che la competenza di una persona sia inaspettata a causa del suo background.
  • "Non vedo colori, siamo tutti uguali". Anche se con buone intenzioni, questo atteggiamento non tiene conto delle esperienze vissute e delle identità delle persone di colore, trascurando le disuguaglianze sistemiche.
  • "Sei troppo emotivo per questo ruolo". Una critica spesso rivolta alle donne, che perpetua gli stereotipi di genere e mina il loro contributo professionale.
  • "Non facciamone una questione di razza/genere". Una frase che mette in secondo piano preoccupazioni valide su pregiudizi o discriminazioni, mettendo a tacere discussioni importanti.

Come gli allenatori possono aprire la strada

  1. Praticare l'alleanza intenzionale: L'alleanza non è solo una questione di intenzioni, ma anche di comportamenti. Fatevi vedere, parlate e sostenete l'equità in ogni interazione, sia con i clienti che in spazi più ampi.
  2. Favorire la metacomunicazione: Quando si verificano microaggressioni, aiutate i clienti a disfarsene. Incoraggiate un dialogo aperto su come questi episodi influenzano la loro fiducia, la loro salute mentale e le loro prestazioni professionali.
  3. Riconoscere le barriere sistemiche: Il "mito della meritocrazia" emerge spesso nelle conversazioni di coaching. Se da un lato è fondamentale dare ai clienti la possibilità di aspirare al successo, dall'altro dobbiamo riconoscere le disuguaglianze strutturali che devono affrontare e aiutarli a superarle con resilienza e grazia.
  4. Coltivare la sicurezza psicologica: Creare spazi in cui i clienti possano elaborare le loro esperienze senza paura di essere giudicati. In questo modo si crea fiducia e si garantisce che il coaching non sia un altro spazio in cui i clienti si sentono non visti o incompresi.

Un invito a riflettere e ad agire

La diversità è davvero un punto di forza, ma solo se la sfruttiamo con intenzionalità e attenzione. Come professionisti, e in particolare come coach, abbiamo la responsabilità unica - e il privilegio - di guidare gli individui non solo attraverso la crescita personale, ma anche attraverso le sfide spesso inespresse che devono affrontare a causa delle disuguaglianze sistemiche.

Non rifuggiamo da queste conversazioni. Piuttosto, guidiamo con empatia, coraggio e un impegno incrollabile per l'equità. Gli effetti di questo lavoro si estendono ben oltre le nostre sessioni di coaching: plasmano gli ambienti di lavoro, le comunità e il mondo intero.

Mi piacerebbe conoscere i vostri pensieri e le vostre esperienze su queste dinamiche.

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Immagine di Beatrice Redi

Beatrice Redi

Coach, mentore e sviluppo della leadership
formatore